PRODURRE VALORE

PRODURRE VALORE

Tre pressioni, quattro macrosettori, una sfida per l'industria italiana.

Un'impresa può aumentare il fatturato, esportare di più, investire in tecnologia e, contemporaneamente, perdere redditività.

La rivolta giovanile è sotto gli occhi di tutti : chi ha fame di futuro si fa sentire, chi non si fa sentire se ne va lasciando il posto a chi è – magari molto – meno competente e dotato di chi parte – un dissanguamento costante. La causa principale è nota e i la grande maggioranza degli esperti converge nel vedere dietro tante sfaccettature un obelisco nero – per citare uno storico film; questo obelisco nero è lo spessore dei salari :  bassi, troppo bassi. In questo articolo cerco di portare in evidenza quanto concretamente accade nel nostro sistema produttivo quale causa di questa dinamica salariale, aldilà della ovvia congiuntura e dei costi dell’energia, del prelievo fiscale eccetera- cerco di portare alla luce i mali strutturali che addirittura stanno sotto questo fenomeno ma anche qualche idea di miglioramento

Il nostro è un sistema produttivo riconosciuto per qualità, competenze tecniche, flessibilità e capacità di esportazione che, tuttavia, fatica da decenni a migliorare la propria produttività.È uno dei paradossi più interessanti dell'industria manifatturiera italiana.

La questione diventa particolarmente importante in una fase economica nella quale le imprese devono affrontare contemporaneamente altre due pressioni: l'aumento dei costi, e la crescente complessità nel difendere il valore commerciale dei propri prodotti.

Non si tratta però di problemi uguali per tutti. Meccanica e automazione, abbigliamento e arredo casa, alimentari e vino, chimica e farmaceutica presentano strutture economiche profondamente differenti.

Comprendere queste differenze è il primo passo per individuare dove e come recuperare redditività.

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Il caso  dell'industria italiana: il confronto con la Germania

Secondo i dati ISTAT pubblicati nell'ottobre 2026, nel 2024 l'industria italiana in senso stretto ha registrato una crescita nominale del valore aggiunto di appena lo 0,6%, a fronte di un aumento del costo complessivo del lavoro del 4,7%. Nello stesso periodo, il margine operativo lordo è diminuito del 3,5%. Sono numeri che descrivono una situazione precisa: la ricchezza industriale generata cresce molto meno di alcune delle risorse necessarie per produrla. Il fenomeno ha radici lontane. Tra il 1995 e il 2024, nei settori italiani produttori di beni e servizi di mercato, la produttività reale del lavoro è aumentata mediamente di appena lo 0,3% all'anno. Il confronto con la Germania aiuta a comprendere meglio il problema.

Secondo l'OCSE, le imprese italiane medie e grandi raggiungono livelli di produttività comparabili, e in alcuni casi superiori, a quelli delle equivalenti imprese tedesche e francesi. La principale differenza riguarda la composizione del sistema produttivo. In Italia le micro e piccole imprese concentrano oltre il 60% dell'occupazione, contro circa il 40% di Germania e Francia. Una struttura che garantisce flessibilità e specializzazione, ma che può limitare la capacità di investire sistematicamente in tecnologia, ricerca, formazione manageriale e sviluppo internazionale.

La Germania, naturalmente, non è immune dalle difficoltà industriali: negli ultimi anni ha affrontato una forte pressione competitiva, una contrazione dell'occupazione manifatturiera e un rallentamento della produttività. Resta però un sistema con una maggiore presenza di imprese strutturate e una diversa capacità di organizzare investimenti, innovazione e filiere.

Il “ caso “ non consiste quindi semplicemente nel produrre meno efficientemente. Consiste anche nella difficoltà di diffondere produttività, organizzazione e capacità d'investimento all'interno di un tessuto industriale estremamente frammentato.

C'è poi un secondo problema, altrettanto importante: non tutto il valore creato dalle imprese viene necessariamente trattenuto da chi lo produce. Proviamo a declinare tutto questo nei singoli macrosettori dell’ industria italiana .

Quattro settori, quattro modi diversi di perdere redditività

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Meccanica e automazione: il valore tecnologico che non sempre viene remunerato

L'industria meccanica italiana è caratterizzata da una straordinaria capacità di adattamento alle esigenze dei clienti. Personalizzazione, flessibilità, precisione e competenza progettuale rappresentano autentici vantaggi competitivi. Ma questa stessa flessibilità può trasformarsi in un costo nascosto. Ogni modifica tecnica, ogni variante, ogni attrezzaggio e ogni intervento progettuale aggiuntivo assorbe risorse. Quando tali attività non vengono adeguatamente considerate nella formazione del prezzo, l'impresa rischia di realizzare prodotti tecnologicamente eccellenti con margini inferiori alle attese.Il problema è particolarmente evidente nella subfornitura, dove il potere negoziale dei grandi committenti può comprimere la remunerazione delle competenze specialistiche. Una maggiore automazione può migliorare l'efficienza, ma non risolve automaticamente la questione commerciale.

La priorità strategica diventa allora misurare il valore reale delle commesse, considerando tutte le ore impiegate, comprese quelle di progettazione, preparazione e gestione delle modifiche. Il risultato spesso è sorprendente: le commesse che generano più fatturato non sono necessariamente quelle che producono maggiore redditività.

Abbigliamento e arredo casa: produrre qualità non significa trattenere valore

Nella moda e nell'arredo casa la relazione tra produttività e redditività assume caratteristiche differenti. Un prodotto può incorporare un elevato contenuto di design, artigianalità, competenza e qualità dei materiali, ma il suo valore economico finale dipende anche dal marchio, dal posizionamento e dai canali distributivi. Chi produce non è necessariamente chi riesce a trattenere la quota maggiore del valore creato lungo la filiera. Questa situazione interessa soprattutto i produttori conto terzi e le imprese che operano con una forte dipendenza da pochi committenti. Ma anche le aziende con un proprio marchio affrontano difficoltà specifiche: proliferazione delle collezioni, piccoli lotti, gestione delle scorte, resi, sconti e costi commerciali possono ridurre sensibilmente i margini. Il quadro internazionale aumenta la pressione. Nel primo semestre 2026, secondo FederlegnoArredo, le esportazioni della filiera legno-arredo italiana sono diminuite del 4,5%. In questo contesto, migliorare la produttività non significa necessariamente produrre più capi o più mobili nelle stesse ore. Può significare ridurre le varianti non redditizie, migliorare la programmazione, contenere l'invenduto e rafforzare il posizionamento sui mercati.

La priorità strategica qui consiste nel trasformare qualità e specializzazione in un vantaggio economico effettivamente misurabile.

Alimentari e vino: quando aumentare i volumi non basta

Source – Kiwi

L'industria alimentare e il settore vitivinicolo presentano un altro paradosso. La crescita delle quantità prodotte o vendute può migliorare l'utilizzo degli impianti e ridurre alcuni costi unitari, ma non garantisce un corrispondente aumento della redditività. Materie prime, energia, confezionamento, logistica e condizioni imposte dalla distribuzione possono assorbire buona parte dei benefici ottenuti con una maggiore efficienza produttiva. Nel vino il problema è particolarmente evidente. Secondo l'Osservatorio di Unione Italiana Vini, nel primo semestre 2026 le esportazioni italiane sono diminuite del 6,2% in valore e del 4% in volume. La contrazione più accentuata del valore segnala una pressione anche sul prezzo medio dell'export. Per molte imprese vitivinicole il problema non è soltanto produrre con maggiore efficienza, ma individuare i mercati, i canali e le fasce di prodotto capaci di remunerare adeguatamente qualità, denominazione e posizionamento. Una cantina può esportare più bottiglie senza necessariamente aumentare il margine operativo, soprattutto considerando investimenti commerciali e capitale immobilizzato nelle scorte.

La priorità diventa qui quella di  conoscere la redditività effettiva di ogni prodotto e mercato, non limitarsi al valore complessivo delle vendite, sfuggendo quando possibile dalle tenaglie stringenti dei grandi colossi della distribuzione internazionale

Chimica e farmaceutica: produttività elevata, redditività sotto pressioni differenti

Chimica e farmaceutica rappresentano probabilmente il caso più interessante per comprendere perché la produttività, da sola, non sia sufficiente a spiegare i risultati economici.La chimica italiana affronta importanti difficoltà strutturali. Secondo Federchimica, nei primi quattro mesi del 2026 la produzione nazionale si è ridotta del 5,4% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Energia, materie prime, concorrenza internazionale e utilizzo degli impianti incidono profondamente sulla competitività. Un impianto chimico può essere tecnologicamente avanzato e produttivamente efficiente, ma risultare economicamente meno competitivo se i costi energetici e industriali sono sensibilmente superiori a quelli dei concorrenti. La farmaceutica presenta condizioni differenti. Nel 2025 le esportazioni italiane del comparto sono cresciute del 28,5%, secondo i dati ISTAT richiamati da Farmindustria. Il valore economico dipende qui anche da ricerca, specializzazione, proprietà intellettuale, qualità dei processi e capacità di soddisfare requisiti regolamentari complessi. Ciò non elimina i problemi di efficienza: produttività delle linee, dimensione dei lotti, scarti e tempi di rilascio possono incidere sensibilmente sui costi.

La distinzione strategica è fondamentale: nella chimica di base può prevalere il problema della competitività dei costi; nella farmaceutica e nella chimica specialistica assume spesso maggiore rilevanza la capacità di valorizzare competenze e specializzazione.

La matrice: quattro settori, quattro differenti priorità

Cerco di condensare le  differenze emerse con una matrice che collega i problemi di redditività alle possibili cause produttive e agli interventi da mettere in campo  

Macrosettore

Problema di redditività da verificare

Criticità produttiva da misurare

Intervento prioritario

Meccanica e automazione

Personalizzazioni e competenze non sufficientemente remunerate

Ore tecniche, attrezzaggi, rilavorazioni

Marginalità reale per commessa e cliente

Abbigliamento e arredo casa

Pressione distributiva, sconti e ridotta capacità di trattenere valore

Varianti, piccoli lotti, invenduto

Mix prodotto, canali e posizionamento

Alimentari e vino

Prezzi netti, costi commerciali e pressione della distribuzione

Rese, scarti, confezionamento, utilizzo impianti

Marginalità per prodotto e mercato

Chimica e farmaceutica

Energia, concorrenza, investimenti e costi regolamentari

Saturazione impianti, rese, consumi e lotti

Efficienza per linea e maggiore specializzazione

Va detto anche con forza   che si tratta di una semplificazione estrema   al solo scopo di mostrare un rapido volo d’uccello sul panorama italiano allo scopo di  stimolare il lettore a formulare una domanda: quale meccanismo sta realmente comprimendo la redditività della nostra azienda?

Il punto cruciale : chi produce valore  riesce a trattenerlo?

Il tema della produttività viene spesso affrontato come un problema esclusivamente industriale: produrre di più, più velocemente e con meno risorse. È una visione necessaria, ma incompleta.

Un'impresa può aumentare l'efficienza del proprio processo produttivo e vedere contemporaneamente diminuire i margini perché i clienti richiedono prezzi inferiori, aumentano i costi degli input oppure il mercato impone condizioni commerciali più onerose.

Al contrario, un'azienda può migliorare la redditività attraverso un diverso posizionamento, un marchio riconosciuto o una distribuzione più efficace, anche senza aumentare immediatamente la produttività reale. Questo significa che produttività e redditività devono essere analizzate insieme, ma non confuse.

La prima misura l'efficienza con cui vengono utilizzate le risorse produttive. La seconda esprime il risultato economico ottenuto dall'impresa. Tra i due indicatori intervengono prezzi, costi, rapporti contrattuali e capacità negoziale.

La distinzione diventa ancora più importante quando osserviamo le catene internazionali del valore. Un fornitore italiano può realizzare componenti di elevata complessità tecnologica destinati a prodotti venduti in tutto il mondo. Ma se il valore economico della progettazione, del marchio, della distribuzione e del rapporto con il cliente finale viene trattenuto prevalentemente da altre imprese, la sua capacità di aumentare i margini resterà limitata. Questo non significa che tutte le PMI debbano trasformarsi in produttori con marchio proprio. Significa piuttosto che devono comprendere quali competenze generano un vantaggio negoziale e quali attività assorbono risorse senza ricevere una remunerazione adeguata.

Anche lo sviluppo internazionale  deve essere valutata con questa logica.

Entrare in un nuovo mercato può aumentare fatturato e saturazione degli impianti, ma introdurre anche maggiori costi logistici, commerciali e finanziari. Il risultato va quindi misurato in termini di margine effettivamente generato, non soltanto di ricavi aggiuntivi, sebbene magari più stabili e con assorbimenti finanziari minori.

La questione centrale non è vendere necessariamente di più: è capire dove, come e a quali condizioni l'impresa riesce a produrre e trattenere maggiore valore.

Dalla produttività alla redditività: la tua impresa perde davvero  valore?  

Comprendere perché un'azienda perde redditività è il primo passo per recuperarla. Ma non è sufficiente osservare il fatturato o il margine operativo. Occorre capire quanto valore viene generato dalle risorse impiegate e quanto di quel valore si traduce effettivamente in risultato economico.

Per affrontare questo problema è necessario procedere con due analisi parallele. La prima misura la produttività aziendale, confrontando il valore aggiunto generato con le ore lavorate. Per interpretare correttamente i cambiamenti nel tempo occorre distinguere gli effetti delle variazioni dei prezzi da quelli dell'efficienza reale. La seconda deve ricostruire  la redditività, osservando come prezzi di vendita, volumi, consumi, costi e organizzazione modifichino  il margine operativo.

L'incrocio delle due analisi permette di identificare le principali aree di dispersione del valore e di stimare, attraverso ipotesi verificabili, quali margini potrebbero essere recuperati. Nella meccanica e automazione, per esempio, si può partire dalle singole commesse, confrontando ore preventivate, ore effettive e marginalità realmente conseguita. Nell'abbigliamento e arredo casa, la verifica riguarda invece prodotti e canali commerciali, considerando l'incidenza degli sconti, dei resi, delle scorte e dei costi distributivi. Per le imprese alimentari e vitivinicole, il confronto tra prodotti e mercati permette di verificare come rese produttive, packaging, logistica e condizioni commerciali influenzino il risultato economico. Nella chimica e farmaceutica, infine, l'analisi si concentra sul rendimento economico delle linee, sull'utilizzo degli impianti, sui consumi e sulle inefficienze dei cicli produttivi.

Concludo con una  terza linea di analisi ; se le  prime due  del genere portano  a capire il movimento negli anni della redditività e produttività dell’impresa il terzo elemento da verificare è molto meno matematico è una riflessione  : ma da quanti decenni non vediamo più una politica industriale con obiettivi chiari e percorsi stabili ?  E questo non dipende nè  dalle efficienza nè dalla efficacia delle nostre ottime imprese.

Fonti principali: ISTAT, Conti economici delle imprese e dei gruppi d'impresa (2024), Misure di produttività (1995–2024), Rapporto sulla competitività (2026); OCSE, Economic Survey Italy 2026; Destatis, statistiche economiche 2025–2026; FederlegnoArredo; Unione Italiana Vini; Federchimica; Farmindustria. I dati settoriali e le ipotesi di intervento hanno perimetri e periodi differenti e non costituiscono previsioni di redditività delle singole imprese.

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